“Sono solo canzonette”

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In Italia, anche se si parla di canzoni, bisogna sempre e comunque farlo con ignoranza e superficialità, sebbene a farlo siano gli stessi cantanti

Nella foto di copertina: i Ricchi & Poveri a Canzonissima 1973

Attualmente, ed il motivo è facilmente immaginabile, mi trovo a lavorare da casa. E, da un po’ di tempo a questa parte, non mi sta dispiacendo a fatto. Riesco infatti ad organizzare al meglio possibile la mia giornata, riuscendo anche a godermi la fantastica programmazione che la RAI mi offre all’interno del palinsesto mattutino. Dopo Uno Mattina, che rimane veramente un signor programma anche grazie alla conduzione di Marco Frittella e Monica Giandotti, segue alle ore 9:55 una trasmissione che sarebbe televisivamente da analizzare secondo per secondo: Storie Italiane. A condurla, una delle storiche Del Noce’s Angels: Eleonora Daniele. Sono sicuro, anzi arcisicuro, che fra qualche anno questo programma tv sarà di certo protagonista di qualche saggio o di qualche lavoro analitico di livello universitario. All’interno di questa trasmissione si dipanano le più variegate storie italiane, per l’appunto, con una variazione di tonalità emotive da mettere quasi spavento: si può passare dalla tragedia dei due fidanzati di Lecce ad Orietta Berti che parla di se stessa all’interno della medesima puntata. Di un funambolismo incredibile.

Orbene, lo scorso venerdì 9 ottobre, nella parte finale della trasmissione, è andato in onda una specie di dibattito fra Paolo Mengoli ed Elenoire Casalegno, con altri ospiti di contorno come Rosanna Fratello e Wilma Goich, sull’impatto che possono avere i testi delle canzoni ascoltate dai giovani di oggi e sul loro valore artistico. Non so quanto la Casalegno possa essere ferrata in merito, ma conosco certamente meglio Paolo Mengoli (avendo anche un suo L.P.) e, con due Sanremo all’attivo, di canzoni certamente qualcosa lui ne sa, ma per quello che pare a lui, in quanto non ha ben realizzato che il mondo non si è fermato al 1975. Se la Caselegno sosteneva infatti che anche brani come quelli cantati dai trapper e da artisti come Achille Lauro hanno una loro dignità artistica, Mengoli diceva al contrario che sarebbero ancora da preferire le canzoni in cui “cuore fa rima con amore“, suscitando l’ilarità della Casalegno e anche la mia. La cosa che in tutto ciò mi ha dato fastidio, è che un artista come Mengoli dovrebbe rimembrare la propria storia personale con obiettività e ricordarsi anche quello che in passato si è cantato. Per puro esempio, prendiamo il brano con cui il nostro vinse il girone giovani del Cantagiro 1970: Mi piaci da morire. Esaminiamo una parte del ritornello, il cui testo è di Bruno Broglia e Giuseppe Perotti:

Mi piaci da morire/ resta sempre come sei/ per tutto l’oro al mondo/ sai che non ti cambierei

La profondità di queste parole mi uccide. Ho citato questo brano per dire cosa. Brevemente, nemmeno chi fa parte del mondo della canzone riesce con obiettività ad effettuare una lucida analisi di ciò che lo circonda. Mengoli ed altri (e non solo persone di mezza età) non comprendono quanto il linguaggio sia cambiato in 50 e più anni. Chi scrive, fra l’altro, è un vero e proprio innamorato della melodia italiana e che, sempre fra l’altro, festeggiò per la vittoria de Il Volo a Sanremo 2015. Però c’è anche obiettività da parte mia. Come si può pensare che un ragazzo nato fra il 2000 ed il 2006 possa apprezzare un brano in cui “cuore fa rima con amore” nel 2020? Ci saranno pure, ma rimangono sempre e comunque delle mosche bianche. La non obiettività di Mengoli figura poi nel non ricordare come sia nata e come si sia svolta la sua carriera di cantante. Alfredo Rossi, patron della Ariston, la casa discografica madre della Jet per la quale incideva Mengoli, aveva visto in lui (bolognese) un ottimo secondo Gianni Morandi (l’allora Golden Boy della canzone italiana), e difatti, se si va a vedere qualche esibizione televisiva dell’epoca, si possono notare alcune somiglianze fra i due nell’interpretazione e nella prossemica. L’operazione ebbe un riscontro minimo e la carriera di Mengoli non decollò mai definitivamente e il cantante rimane oggi ancor più ricordato per essere stato uno dei fondatori della Nazionale Italiana Cantanti nel 1975 che per le canzoni da lui interpretate. La domanda che animava il pubblico di allora sarà infatti stata sicuramente questa: ma se io ho un Gianni Morandi originale della RCA Italiana, perché devo acquistare i dischi (allo stesso prezzo fra l’altro) di un doppione di una sottomarca della Ariston?

In conclusione, io non ce l’ho con Paolo Mengoli, anzi. Apprezzo molto alcuni suoi brani come I ragazzi come noi , Ahi, che male che mi fai! e Perché l’hai fatto, dato che sono nel puro stile della melodia italiana da me amato. Ciò che non apprezzo per nulla è il non capire quando qualcosa storicamente sia finito, ovvero un certo momento della discografia italiana, e non potrà mai più ritornare; ma ancor più il fatto che nessuno capisca che il testo di una canzone non potrà mai influenzare negativamente qualcuno. All’ultimo anno di laurea triennale, il grande prof. Giorgio Simonelli ci spiegò che in ogni età ed in ogni epoca il “nuovo medium” era sempre visto con paura. Ci sono passati tutti: i dischi, la radio, la Tv, il web… Ora ci stanno passando i trapper. Io mi domando: un brano come Me ne frego, come può mai influenzare negativamente qualcuno o fargli compiere qualcosa di sbagliato?

Si cantava che “una canzone è una storia che nasce da ogni emozione“, ma non dimentichiamoci anche che sono (sempre e comunque) solo canzonette. Non tutte pero, eh.