“Jammo ja’”

“Jammo ja’”

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Interpretata da Nino D’Angelo e Maria Nazionale a Sanremo 2010

CARTA D’IDENTITÀ
LX #Festivàl della #Canzone Italiana di #Sanremo (dal 16 al 20 febbraio 2010)
Presentatori: Antonella Clerici
JAMMO JA’ (Parole & Musica: Gaetano D’Angelo)
NON FINALISTA
Interpretazione di NINO D’ANGELO e MARIA NAZIONALE (fotografia di copertina)
Arrangiamento e direzione orchestrale:
– Al Festival: Clemente Ferrari;
 
MILANO – 6 febbraio 2022 – Come ho già detto più e più volte in passato, il vernacolo partenopeo a Sanremo non funziona. E non è una valutazione soggettiva, ma un dato di fatto, una statistica. Ed anche questo brano purtroppo lo dimostra e diciamo purtroppo in quanto è meno banale di quanto si possa credere. Nino D’Angelo torna a Sanremo nel 2010, sua penultima partecipazione, e lo fa insieme a Maria Nazionale. Sono due campani veri, con un ovvio forte legame con la propria terra: il brano in gara non può che essere in vernacolo, cercando di andare però oltre i soliti cliché.
 
Essendo basato e narrando di un contesto locale, il Maestro Clemente Ferrari realizza un arrangiamento di stampo folk, ma la commistione fra strumenti della musica pop e quelli, per l’appunto, del folk, fanno entrare il brano quasi nel genere della world music. Importanza fondamentale all’interno del brano la hanno le percussioni, che conferiscono ad esso un ritmo quasi “tribale”.
 
Il brano è interpretato interamente in vernacolo partenopeo ed all’interno di esso, le parole di Nino D’Angelo cercano di combattere gli stereotipi negativi che vengono attribuiti a tutto il Mezzogiorno. Non lo fa però utilizzando degli stereotipi positivi (“sole, pizza, amore”… chi sa, coglierà la voluta citazione), ma rappresentando la dura realtà del Sud Italia nella quale la maggior parte delle persone è coinvolta: il lavoro, la fatica, il dolore, la pazienza. Con tutti i problemi che si presentano ogni giorno a qualsiasi abitante del Sud Italia, lui comunque è convinto di dover andare avanti (“Jammo ja’, guadagnammoce ‘o pane […]), verso un futuro che ha il sapore del cambiamento ([…] e sapimmo cagna’ […]), sebbene alcuni problemi rimangano secolari ([…] Sott’a st’Italia d”o smog e d”o stress / Nuie simmo ‘e furbe ca s’hann’ ‘a fa’ fess […]). Dopo aver narrato le gioie ed i dolori che si hanno nel nascere nel Sud Italia, i due interpreti concludono affermando che per coloro che possono cadere al primo problema della vita, il più grande punto di equilibrio che debbono avere per poter rimanere in piedi è il possesso dell’arte della pazienza ([…] A campà ca ‘a pacienza è ‘o cchiù grande equilibrio / Pe chi pò cade’). Spiegare cosa vuol dire quest’ultima frase, non è proprio la stessa cosa che sentire ciò che il dialetto partenopeo vuole realmente trasmetterci. Brano ingiustamente eliminato alla terza serata del Festivàl.
 
Nicolò Sperandei
 

 

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