San Gemini, con gli Autodafé rivive sul palco il mito del maestro Franco Battiato

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Venerdì sera in piazza concerto della tribute band 

SAN GEMINI  6 luglio 2022 –  Dopo il tutto esaurito al Teatro Consortium di Massa Martana, gli Autodafé, band tributo a Franco Battiato, tornano con un nuovo evento dedicato al Maestro. L’appuntamento è fissato per venerdì 8 luglio 2022, alle 21 in piazza Duomo a San Gemini.

Il concerto è organizzato da Accademia del Tempo Libero Terni con il patrocinio ed il contributo del Comune di San Gemini. La band è composta da Emanuele Cordeschi Bordera – voce e chitarra, Marialuna Cipolla – voce e chitarra, Emanuele Grigioni – pianoforte, tastiere e voce, Lorenzo D’Amario – chitarre e voce, Lorenzo Carità Morelli – tastiere, Devid Luchetti – basso e Matteo Scorsolini – batteria.

Avventurarsi nell’opera di Battiato è compiere un viaggio alla ricerca di quella che il suo primo produttore (e, per certi versi, scopritore) Giorgio Gaber definiva “una nuova coscienza”, tra sacro e profano, esplorazioni in mondi e culture differenti, Alto e quotidiano. E agli Autodafé, costituiti essenzialmente per realizzare un tributo e un omaggio all’artista e all’uomo Franco Battiato, interessa proprio questo: viaggiare insieme e cercare, come esploratori, qualcosa che è nascosto o che rischia di scomparire tra le sabbie del tempo che avanza, ripercorrendo l’intera produzione di Battiato, dalle prime esplorazioni elettroniche alle più recenti composizioni, intimiste e spirituali.

(Fonte: Corriere Dell’Umbria)

“Jammo ja’”

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Interpretata da Nino D’Angelo e Maria Nazionale a Sanremo 2010

CARTA D’IDENTITÀ
LX #Festivàl della #Canzone Italiana di #Sanremo (dal 16 al 20 febbraio 2010)
Presentatori: Antonella Clerici
JAMMO JA’ (Parole & Musica: Gaetano D’Angelo)
NON FINALISTA
Interpretazione di NINO D’ANGELO e MARIA NAZIONALE (fotografia di copertina)
Arrangiamento e direzione orchestrale:
– Al Festival: Clemente Ferrari;
 
MILANO – 6 febbraio 2022 – Come ho già detto più e più volte in passato, il vernacolo partenopeo a Sanremo non funziona. E non è una valutazione soggettiva, ma un dato di fatto, una statistica. Ed anche questo brano purtroppo lo dimostra e diciamo purtroppo in quanto è meno banale di quanto si possa credere. Nino D’Angelo torna a Sanremo nel 2010, sua penultima partecipazione, e lo fa insieme a Maria Nazionale. Sono due campani veri, con un ovvio forte legame con la propria terra: il brano in gara non può che essere in vernacolo, cercando di andare però oltre i soliti cliché.
 
Essendo basato e narrando di un contesto locale, il Maestro Clemente Ferrari realizza un arrangiamento di stampo folk, ma la commistione fra strumenti della musica pop e quelli, per l’appunto, del folk, fanno entrare il brano quasi nel genere della world music. Importanza fondamentale all’interno del brano la hanno le percussioni, che conferiscono ad esso un ritmo quasi “tribale”.
 
Il brano è interpretato interamente in vernacolo partenopeo ed all’interno di esso, le parole di Nino D’Angelo cercano di combattere gli stereotipi negativi che vengono attribuiti a tutto il Mezzogiorno. Non lo fa però utilizzando degli stereotipi positivi (“sole, pizza, amore”… chi sa, coglierà la voluta citazione), ma rappresentando la dura realtà del Sud Italia nella quale la maggior parte delle persone è coinvolta: il lavoro, la fatica, il dolore, la pazienza. Con tutti i problemi che si presentano ogni giorno a qualsiasi abitante del Sud Italia, lui comunque è convinto di dover andare avanti (“Jammo ja’, guadagnammoce ‘o pane […]), verso un futuro che ha il sapore del cambiamento ([…] e sapimmo cagna’ […]), sebbene alcuni problemi rimangano secolari ([…] Sott’a st’Italia d”o smog e d”o stress / Nuie simmo ‘e furbe ca s’hann’ ‘a fa’ fess […]). Dopo aver narrato le gioie ed i dolori che si hanno nel nascere nel Sud Italia, i due interpreti concludono affermando che per coloro che possono cadere al primo problema della vita, il più grande punto di equilibrio che debbono avere per poter rimanere in piedi è il possesso dell’arte della pazienza ([…] A campà ca ‘a pacienza è ‘o cchiù grande equilibrio / Pe chi pò cade’). Spiegare cosa vuol dire quest’ultima frase, non è proprio la stessa cosa che sentire ciò che il dialetto partenopeo vuole realmente trasmetterci. Brano ingiustamente eliminato alla terza serata del Festivàl.
 
Nicolò Sperandei
 

 

“Letti”

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Interpretata da Umberto Bindi e i New Trolls a Sanremo 1996

CARTA D’IDENTITÀ
XLVI #Festivàl della #Canzone Italiana di #Sanremo (dal 20 al 24 febbraio 1996)
Presentatori: Pippo Baudo con Sabrina Ferilli e Valeria Mazza
LETTI (Parole: Renato Zero – Musica: Umberto Bindi)
20° CLASSIFICATA con 10.899 VOTI
Interpretazione di UMBERTO BINDI e i NEW TROLLS (foto di copertina)
Arrangiamento e direzione orchestrale:
– Al Festival: Renato Serio;
– Su Disco (Fonòpoli): Renato Serio;
 
MILANO – 5 febbraio 2022 – Nessuno, neanche il più grande amante e storico della Canzone Italiana, avrebbe mai pensato ad unire insieme due figure come Umberto Bindi ed i New Trolls, francamente fra loro abbastanza lontane. A chi è venuta l’idea? A quel “matto” di Renato Zero che se li ritrova nella sua casa discografica, la Fonòpoli. Il brano infatti è co-firmato da lui e vi si può pienamente ritrovare il suo stile. Entrambi gli artisti hanno bisogno di essere rilanciati, sono due grandi nomi ed insieme potrebbero stupire: perché non mandarli quindi in coppia? A livello interpretativo la scelta sarà estremamente azzeccata, soprattutto per la graffiante voce di Nico Di Palo che ben si contrappone alla delicatezza delle corde vocali Bindiane. Umberto Bindi manca da Sanremo da ben 35 anni, da quel Festivàl fatto in coppia con Miranda Martino presentando il brano “Non mi dire chi sei”, edizione nella quale i giornalisti notarono più l’anello da lui indossato al mignolo che la sua interpretazione domandosi se fosse o meno omosessuale. La risposta è ormai ovviamente nota. I New Trolls tornano a Sanremo dopo avervi partecipato per l’ultima volta nel 1992 con “Quelli come noi”, arrivando ultimi. Il risultato sarà, immeritatamente, lo stesso anche in questo 1996.
 
Per il brano, il M° Renato Serio realizza un arrangiamento rigoroso nel quale all’interno delle strofe vengono messi in evidenza gli archi ed il pianoforte di Bindi, mentre nel ritornello “si scatena l’anima”: qui emergono infatti i New Trolls con la chitarra elettrica di Nico Di Palo e tutta la sezione ritmica dell’orchestra. Anche se in falsetto, i Trolls risultano comunque aggressivi nel ritornello. Il brano termina in crescendo con un perentorio stacco degli archi.
 
Nella canzone, il protagonista è il letto utilizzato come metafora della vita umana, anzi, delle diverse vite umane: per quanto via siano poveri, borghesi, ricchi oppure operati e dirigenti aziendali è nel letto che ognuno si comporta come è veramente ed per l’appunto “lì che ha un senso avere un’anima”. Lì ci conosciamo come siamo veramente, da soli oppure in compagnia di qualcuno, indipendentemente che il letto sia fatto di “stracci o rarissimi merletti” tanto “ognuno giace come merita”. Bindi si prende anche la sua rivincita, invitando a dare “un letto a chi ti giudica”, memore di quello che lui aveva dovuto subire negli anni precedenti.
 
Nell’ultima esibizione, quella di sabato 24 febbraio 1996, Bindi ricorderà a Baudo come i suoi problemi siamo nati proprio lì su quel palcoscenico, aggiungendovi poi, però, di esservi rinato grazie a quella partecipazione con “Letti”. La straordinaria rivincita di un cantautore perennemente immortale.
 
Nicolò Sperandei
 

“Quell’attimo in più”

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Interpretata da I Camaleonti a Sanremo 1979
 
CARTA D’IDENTITÀ
XXIX #Festivàl della #Canzone Italiana di #Sanremo (11-12-13 gennaio 1979)
Presentatori: Mike Bongiorno e Anna Maria Rizzoli (fotografia di copertina)
QUELL’ATTIMO IN PIÙ  (Parole: Daniele Pace, Oscar Avogadro – Musica: Mario Lavezzi)
3° CLASSIFICATA con 1256 VOTI
Interpretazione de I CAMALEONTI
Arrangiamento e direzione orchestrale:
– Al Festival: Pinuccio Pirazzoli;
– Su Disco (Durium): Pinuccio Pirazzoli;
 
MILANO – 4 febbraio 2022 – “Non tramontate mai! Chi ha del talento è sempre alla ribalta”: è con queste parole che Mike Bongiorno accoglie sul palco del Teatro Ariston i (meritamente) terzi classificati del Festivàl di Sanremo 1979, i Camaleonti, unici big (insieme ad i Collage) a metterci la faccia, quando andare a Sanremo non rappresentava per i grandi una grossa vetrina in quanto il Festivàl non aveva lo stesso seguito di qualche anno prima e di quello che avrebbe poi avuto negli anni ’80. I Camaleonti si presentano con la Durium e con uno stile assolutamente nuovo rispetto a quello di Sanremo 1976, passando dall’amore come sentimento all’amore puramente carnale. Cambio di stile anche nel vestiario: dagli smoking ad un total white come delle camicie estremamente sportive.
 
Con il loro stile è coordinato il grande Pinuccio Pirazzoli, che realizza un arrangiamento fresco, veloce, versatile e molto diverso rispetto a quello maggiormente “austero” di “Cuore di Vetro” risalente a tre anni prima. Ottimo utilizzo delle percussioni (fra le quali spiccano i bongo) e della chitarra acustica di Livio Mazza. Il moog è dosato in maniera corretta, così da non risultare esagerato e stucchevole. Grandiosi e fastosi gli archi, che completano il brano con la loro presenza negli stacchi d’orchestra. Praticamente assenti legni ed ottoni.
 
Dicevamo, da “amore sacro” ad “amor profano” ed il tutto viene ben riassunto dalla frase: “[…] Basta sia violento / se vuoi sesso o sentimento / scegli tu […]”. Il protagonista fa un ragionamento molto semplice: se fra lui e la sua donna ci sarà dell’amore, esso sboccerà naturalmente. Per ora, però, devono semplicemente godersi “Quell’attimo in più” che stanno vivendo, senza farsi troppe elucubrazioni mentali e manicheismi: “[…] Se mi vuoi / non ricordarmi mai / che esiste un poi […]”, d’altronde “[…] Anche solo un istante / che accechi le mente / è importante […]”. Insomma, “famolo e basta”. Prestazione eccellente dei Camaleonti, in un Sanremo 1979 che avrebbero meritato assolutamente di vincere, così da poter essere iscritti nel tabellone d’oro della manifestazione.
 
Nicolò Sperandei

“Cara amica”

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Interpretata da Bassano a Sanremo 1973
 
CARTA D’IDENTITÀ
XXIII #Festivàl della #Canzone Italiana di #Sanremo (8-9-10 marzo 1973)
Presentatori: Mike Bongiorno e Gabriella Farinon
CARA AMICA (Parole: Francesco Specchia – Musica: Paolo Prencipe, Vitaliano Caruso)
NON FINALISTA
Interpretazione di BASSANO (Antonio Bassano Sarri)
Arrangiamento e direzione orchestrale:
– Al Festival: Danilo Vaona (?);
– Su Disco (Saint Martin Record): Danilo Vaona;
 
MILANO – 2 febbraio 2022 – Antonio Bassano Sarri è uno di quei cantanti che, in altre decadi sanremesi, il #Festivàl lo avrebbe visto solo in una cartolina pubblicitaria inviatagli per posta. Però, come ben sanno i meglio informati, con l’edizione 1973 di #Sanremo comincia la crisi del Festival: spariscono i grandissimi big, con Celentano che lancia strali attraverso un telegramma, e arrivano tante nuove leve che poco lasceranno all’interno del vasto panorama musicale italiano. Fra questi c’è Bassano, soprannome artistico del nome e cognome con il quale abbiamo aperto questa “recensione”. Nativo di Casalpusterlengo, Bassano negli anni ’60 fece parte del complesso beat piacentino I Farnesi, per poi dedicarsi successivamente all’attività da solista. Inciderà qualche singolo (il suo ultimo risale al 1981), dedicandosi però maggiormente all’attività dal vivo. Ovviamente, e meritatamente, il brano non arriverà in finale.
 
A curarne l’arrangiamento su disco è Danilo Vaona, il quale non utilizza ancora i tappeti di archi in maniera massiccia come farà con Sandro Giacobbe e Gianni Nazzaro. C’è anzi da evidenziare il sapiente uso di pianoforte, basso e chitarra nella strofa, con gli archi utilizzati solo per evidenziare alcuni stacchi. Gli ottoni la fanno invece da padrone nel ritornello, nel quale gli archi invece assumono un ruolo più notevole.
 
Per quello che riguarda il testo, non siamo di fronte certo ad un capolavoro. Anzi, si tratta di un topos abbastanza utilizzato all’interno della canzone nostrana, con predecessori e successori, e fra questi ultimi cito solo il brano “Via del Giglio 43” che Mario Del Monaco inciderà alcuni anni dopo: stiamo parlando dell’uomo che, invitato da una sua ex fiamma, decide di recarsi a casa sua, per poi rinunciare all’ultimo secondo rendendosi conto che non ci sarebbe nulla da aggiungere ad una relazione ormai già finita, cercando così di mantenere il ricordo che aveva di lei in passato. In questo caso la donna inviata l’uomo in “Via Giovanni di Breganze”, nella sua casa nuova. Lui arriva, ma una volta sceso dal tram lo riprende subito per andarsene in quanto sa che una nuova relazione con la ex non avrebbe alcuno sbocco in quanto fra le sue “[…] braccia di uomo maturo / ci vuole una donna / che sappia dare l’amore all’amore / senza problemi […]”. Lei, secondo lui, non potrà. Meglio rinunciare, non importa.
 
Sanremo 1973 ha rappresentato per Bassano la vetta artistica di una vita che terminerà nel 1992 in un abisso umano difficilmente comprensibile ed umanamente perdonabile da parte di chi scrive: al culmine di un litigio, venerdì 5 giugno 1992, Bassano Sarri uccide la propria compagna, Rosalia Soccodato, di 32 anni e originaria di Polla (Salerno), nella loro abitazione di San Fiorano, Lodi. In preda allo sconforto e resosi conto della inaudita gravità del gesto commesso, la domenica successiva il cantante uscirà di casa per recarsi nei pressi di un cavalcavia che collega Casalpusterlengo a Terranova dei Passerini. Qui, alle 7 e 45 circa, si farà travolgere da un treno proveniente da Livorno. Sarebbe meglio se Bassano se ne fosse andato e basta, come nel finale del suo brano.
 
Nicolò Sperandei

“Bianchi cristalli sereni”

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Interpretata da Gianni Nazzaro in coppia con Don Backy a Sanremo 1971

CARTA D’IDENTITÀ

XXI #Festivàl della #Canzone Italiana di #Sanremo (25-26-27 febbraio 1971)
Presentatori: Aldo Giuffrè ed Elsa Martinelli
BIANCHI CRISTALLI SERENI (Parole & Musica: Don Backy [Aldo Caponi])
7° CLASSIFICATA CON 76 VOTI 
Interpretazione di GIANNI NAZZARO
Arrangiamento e direzione orchestrale:
– Al Festival: GianFranco Monaldi;
– Su Disco (CGD): GianFranco Monaldi;
 
MILANO – 1° febbraio 2022 – Gianni Nazzaro non è ancora al top come nome e per diventarlo definitivamente dovrà attendere il giugno del 1972 con la vittoria del Disco per l’Estate grazie al brano “Quanto è bella lei”. Ad interpretare questo brano a #Sanremo 1971 insieme a Don Backy, doveva esserci Claudio Villa, ma né Radaelli né Ravera lo vogliono in gara. Si cerca un altro interprete, ma si mette di mezzo la moglie manager di Nazzaro: la temibile Nada Ovcina. La suddetta, in CGD, fa un vero e proprio “bordello” affinché in coppia con Backy a Sanremo ci vada suo marito. Lo pretende e lo ottiene. Il risultato in gara, alla fine, non è per niente male, e ciò anche grazie alle differenze interpretative dei due: più sofferta e urlata quella di Don Backy, più scanzonata e amorevole quella di Nazzaro.
 
Così come lo è anche l’arrangiamento scritto da Gian Franco Monaldi per la versione Nazzariana, placido nella strofa con chitarra acustica ed archi, più aggressivo invece nel ritornello, all’interno del quale subentrano potenti ottoni e batteria. Sapiente l’uso dell’organo hammond ed il gioco dei violini nella seconda strofa.
 
La trama del brano è molto semplice: partendo dagli occhi della donna di cui parla, paragonati a “due bianchi cristalli sereni”, il protagonista narra dell’amore che prova per lei e che inizialmente non è ricambiato. Nonostante ciò, lui può continuare ad amarla, anzi può persino sognarla. L’uomo chiede però (a chi?) che lei possa tornare con un sorriso da innamorata. E infatti i sentimenti di lei nella seconda strofa muteranno e l’amore di lui verrà finalmente ricambiato. Lei ha finalmente sentito “l’incanto della serenata” ed ha ascoltato “come un miracolo la sua preghiera”, venendo da lui “con un sorriso di innamorata”. Sebbene questa canzone non sia del tutto una sconosciuta sanremese, ho reputato essere quella più adatto per ricordare due grandi artisti, ovvero Don Backy e (soprattutto) il grande Gianni Nazzaro, scomparso lo scorso 27 luglio a 73 anni non ancora compiuti. Vedremo se qualcuno, a #Sanremo2022, avrà parole per lui. 
 
Nicolò Sperandei
(Foto di copertina: Gianni Nazzaro sul palco di Sanremo 1971 con alle sue spalle i 4+4 di Nora Orlandi)

“Le solite cose”

212

Interpretata da Pino Donaggio in coppia con Timi Yuro a Sanremo 1968

CARTA D’IDENTITÀ

XVIII #Festivàl della #Canzone Italiana di #Sanremo (1-2-3 febbraio 1968)
Presentatori: Pippo Baudo e Luisa Rivelli
LE SOLITE COSE (Parole: Vito Pallavicini – Musica: Pino Donaggio)
NON FINALISTA
Interpretazione di PINO DONAGGIO
Arrangiamento e direzione orchestrale:
– Al Festival: GianPiero Reverberi;
– Su Disco (EMI/Columbia): GianPiero Reverberi;
 
MILANO – 31/01/2022 – Il vertice massimo di popolarità raggiunto da Pino Donaggio al #FestivaldiSanremo, è di certo ascrivibile all’annata 1965, quando vi andò in gara con “Io che non vivo senza te” in coppia con Jody Miller. Il vertice artistico massimo però, secondo il sottoscritto, verrà raggiunto dall’artista Buranese nell’edizione 1968, alla sua settima partecipazione. Questa volta vi si reca in coppia con Timi Yuro, cantante statunitense celebre per il suo brano “Hurt”, che in Italia verrà reso noto da Fausto Leali come “A chi”. Per la 18° edizione di #Sanremo Vito Pallavicini e Pino Donaggio confezionano uno stupendo brano d’amore che avrà una fine immeritata, venendo subito eliminato durante la prima serata di giovedì 1° febbraio 1968. Uno dei motivi per cui “Le solite cose” non è di certo annoverato fra i brani più conosciuti di Donaggio.
 
La bellezza del brano è sostenuta, nella versione di Donaggio, da un altrettanto magnifico arrangiamento di Gian Piero Reverberi con all’inizio le note basse del pianoforte in evidenza contrapposte ad un tappeto di archi, un inizio quasi in sordina, come la richiesta dell’uomo che sta implorando la propria donna di non andarsene. Ottoni, batteria, basso e cori esplodono poi nel ritornello, come il dolore dell’uomo oggetto della storia.
 
Come si è potuto facilmente intuire, il brano parla di un amore che sta finendo, con l’uomo che sta chiedendo alla propria donna di non lasciarlo, di non andarsene, di non abbandonarlo. D’altronde, quelle parole di addio “[…] son le solite cose / che si dicono sempre […]”, promettendole che tanto, prima o poi, un giorno qualcosa cambierà. Lui però, per convincerla, non sa dire invece altro oltre alle “solite cose” perché rimane convinto di saperne una fondamentale: lei per lui rappresenta tutto e senza di lei non c’è futuro. Perla finita nel dimenticatoio e ingiustamente esclusa dalla finale. Andava necessariamente ripescata.
 
Nicolò Sperandei
(Foto di Copertina, da sinistra a destra: Timi Yuro, Pino Donaggio e Giusi Romeo (Giuni Russo) a Sanremo 1968)

Samuele Biribicchi, il bardasso del liscio: “Senza serate è stata dura, ma ho riscoperto la famiglia”

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Una lunga e piacevole conversazione, quella con il “bardasso del liscio”, che ha toccato anche la sfera privata oltre a quella professionale

ALVIANO – 24 giugno 2021 – Deciso, grintoso, coinvolgente. Sono tre aggettivi che descrivono molto bene il protagonista dell’intervista di oggi. Stiamo parlando di colui che, nelle nostre zone, è da tutti conosciuto come il “bardasso del liscio”: Samuele Biribicchi. Classe 1981, a breve compirà 40 anni, originario di Alviano, oggi è sposato con Pamela e da lei ha avuto due figli, Ginevra e Francesco. Con la fisarmonica in mano dall’età di 6 anni, calca le piazze fra Marche, Umbria e Lazio dal 1995, sempre come solista. Da tutti si fa subito ricordare per come riesce a portare avanti ottimamente le proprie serate pur essendo un “uomo solo al comando”. Un one-man-show, in pratica. Abbiamo deciso di intervistarlo in merito allo stop del mondo della musica da ballo, alla ripresa delle sagre e sul come la mancanza di serate abbia influito su di lui.

Biribicchi mentre canta

Quanto ha sofferto il settore del liscio e della musica da ballo nell’ultimo anno e mezzo? Siete stati, secondo te, adeguatamente tutelati dalle istituzioni?

Sofferto moltissimo direi. Secondo me non siamo stati tutelati in nessun modo dalle istituzioni, anzi siamo stati proprio dimenticati. Io mi gestisco essendo iscritto ad una associazione e vengo trattato in un determinato modo, mentre chi, ad esempio, ha la partita IVA, durante il primo lockdown del 2020 è stato tutelato se alla data dell’8 marzo aveva effettuato almeno mi pare 30 prestazioni, ovvero 30 serate, cosa impossibile durante la stagione invernale. Difatti non vi è rientrato quasi nessuno, per lo meno nella nostra zona, poi per le grandi orchestre del nord, ad esempio, il discorso cambia.

Aggiungerei poi che comunque tu hai un tuo lavoro come dipendente di FF.SS., mentre vi sono alcuni tuoi colleghi che vivono di musica…

La cosa peggiore è stata questa. Io, come nessuno di noi, non avrei mai pensato che sarebbe successa una cosa del genere. Personalmente ho risentito di questa cosa perché è una passione che coltivo da quando ho sei anni e suono nelle piazze dal 1995. Emotivamente ne ho risentito e posso dire che la mia vita da quel punto di vista è cambiata dal giorno alla notte. Però, a differenza mia, ci sono delle persone che vivevano con quell’attività e questo rappresenta un problema ben più grande. Siamo stati proprio dimenticati da questo punto di vista. Il nostro non è considerato un lavoro.

Personalmente, come ha influito la mancanza di serate sulla tua vita?

Devo dire la verità: pensavo che l’avrei sentita di meno. Invece la mia vita è totalmente cambiata: il telefono non squillava più e mi sono sentito solo. Io ero abituato con gli impegni sempre a mille, impegni di tutte le razze. Essendo un solista, infatti, non ho impresari che pensano ai manifesti, a prendere gli appuntamenti o a mettersi d’accordo col comitato della festa: io faccio tutto da solo. Era un continuo, in estate e in inverno, fra la programmazione delle serate e tutti gli altri impegni da assolvere. Mi facevo proprio da P.R., diciamo. Ho alcuni amici comunque che mi aiutano, altrimenti non ce la farei proprio. Di botto tutto questo era finito e, senza nessun tipo di impegno, mi sono sentito quasi inutile. Io il lavoro ce l’ho, quindi dovrei essere contento e non lamentarmi, però la passione della mia vita è quella. Il mio lavoro rappresenta una garanzia, però la mia vita sta nella musica e nelle serate. Mi è stato tolto tutto quello che mi piaceva. Continuo a ripetermi che sono un fortunato perché ho una famiglia, dei figli ed economicamente non ho avuto problemi, a livello emotivo però ho sofferto. Però poi mi sono abituato, proprio grazie alla mia famiglia. Ho potuto finalmente godermi i miei due figli, che sono ancora piccoli, facendo con loro cose che prima non avevamo fatto mai. La sera, infatti, non ero mai presente: tornavo dal lavoro e ripartivo per andare a suonare. L’estate non esistevo praticamente. Mi sono goduto delle cose che forse non avrei mai provato, dato che è stata principalmente mia moglie a crescere i nostri figli. Quindi questo lato è stato molto positivo: magari i figli sarebbero cresciuti e non avrei mai fatto quello che abbiamo passato insieme negli ultimi due anni. Questo mi ha fatto capire molte cose e dico, pubblicamente, che forse non tornerò a fare il numero di serate che facevo prima della pandemia. Dovrei trovare un giusto compromesso fra serate e vita privata, anche se non è mai facile dire no alle serate. La mia idea è sempre stata: o suono o smetto. Ora vedremo come proseguirà, considerando anche che a livello lavorativo mi sono cambiate alcune cose.  

Cosa ne pensi del fatto che ufficialmente si possa suonare, ma non ancora ballare?

Penso che sia una cavolata immensa, di quelle grandi. Ora dicono che forse si ripartirà dal 10 luglio, che casualmente coincide con la mia prima serata della stagione estiva, che sarà al Dancing Due Mari di Todi. Mi erano uscite fuori delle serate anche prima, ma ho voluto attendere in quanto, per il mio stile, non amo fare delle serate da ascolto: voglio vedere le persone ballare e coinvolgerle. Le serate di musica da ascolto le faccio controvoglia. Ho iniziato proprio più tardi con la speranza che a luglio cambiasse qualcosa e su questo punto penso che quindi sarò fortunato. Avrei bypassato il problema del green pass facendo indossare la mascherina a coloro che ballano, anche se su determinati tipi di ballo capisco che possa risultare fastidiosa.

Recentemente è emersa una nuova forte polemica fra FIPE-Confcommercio e UNPLI: quale importanza riveste per voi l’organizzazione delle Sagre? Come sarebbe l’estate di un gruppo di ballo liscio senza sagre e feste popolari?

Per le orchestre l’estate rappresenta di certo e da sempre il periodo di maggior lavoro. Senza sagre noi del settore ci ritroveremmo come nel periodo invernale, ovvero suoneremmo in dei locali che hanno una pista esterna in vista della stagione estiva, che magari organizzano delle cene-ballo o il solo ballo a pagamento, ma suoneremmo comunque poco, ovvero nel fine settimana e in qualche serata infrasettimanale. La Sagra poi, l’estate, anima tutti i paesi. Oggi posso pure capire il discorso fatto dai ristoratori, un settore che ha sofferto come il nostro, dato che vedono le Sagre come una “concorrenza sleale”, ma in passato non ha avuto senso fare questa guerra. Anche per gli amanti del liscio le Sagre hanno una loro importanza, in quanto si può decidere di cenare oppure recarsi solo a ballare. Se ti rechi in un locale devi indipendentemente pagare l’ingresso e puoi recartici nella maggior parte dei casi solo nel fine settimana.

Vedi nuovamente delle balere piene per la stagione invernale 2021-2022?

No, ma è un discorso complesso. Molto dipende innanzitutto dall’andamento della campagna vaccinale. Molti sono titubanti, anche io, però lo faccio per dovere civico. Se tutto andrà bene, inizialmente magari funzionerà come ora, ovvero attraverso un green pass e con una capienza ridotta dei locali. Magari invece sarà tutto risolto e si tornerà a ballare come prima. C’è poi, purtroppo, anche un altro problema che riguarda direttamente le sale da ballo, ovvero quelle che non riapriranno. Molti gestori erano infatti in affitto e, non potendo pagarlo, i proprietari li hanno sfrattati, anche se successivamente non ha ri-affittato la struttura. In altri casi, però, questi ultimi sono stati comprensivi e non hanno preteso il canone durante il periodo di chiusura. Dopo l’estate, comunque, avremo la prova del nove per la prosecuzione della nostra stagione.

Bene, allora Samuele un grosso in bocca al lupo per la ripresa… e salutami Nando!

Presenterò! Grazie, vi aspetto il 10 luglio al Dancing Due Mari di Todi!

Samuele Biribicchi con Nicolò Sperandei nelle vesti de “ErSagra” a Sant’Egidio di Montecastrilli il 28 agosto 2019

Covid-19 e il futuro della musica dal vivo

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Domenico Raimondo ci parla di come potrebbe cambiare il futuro dei concerti e degli eventi musicali dopo il Covid-19

Prima dei registratori nessuno si sarebbe mai sognato che, un giorno, la musica sarebbe magicamente sgorgata da dispositivi elettronici senza che nessuno la stesse suonando. Eppure oggi, sul telefono, abbiamo decine di canzoni di artisti di cui probabilmente non conosciamo nemmeno l’aspetto. Fino all’inizio del 2020 sarebbe sembrato impensabile che di lì a poche settimane l’unico modo per assistere a un concerto sarebbe stato tramite uno schermo, ma da sempre la musica affianca l’umanità nella sua evoluzione, in conseguenza alle mode, tecnologie e necessità .

Nell’ultimo anno i musicisti, così come professionisti di altri settori, hanno dovuto reinventarsi per far fronte alla pandemia globale che ci ha privato di feste, spettacoli, concerti, e nella nostra società, in equilibrio tra reale e virtuale, i concerti in streaming si sono rivelati la soluzione più ovvia. Le livestream non sono comunque una novità nel mondo della musica: dal 2011 sul sito Stageit è possibile assistere, tramite l’acquisto di un biglietto, a concerti “a distanza” che non vengono registrati, durante i quali si può interagire con gli artisti e gli altri partecipanti tramite chat di gruppo.

Ma lo spirito adattativo del mondo dell’arte ha avuto anche altre trovate: in Olanda la trombettista Ellister Van Der Molen, finanziata da alcune aziende locali, si è esibita nei cortili di complessi condominiali, dove la gente ha potuto
allietarsi nuovamente con musica dal vivo dal proprio balcone.

È danese invece l’esperimento dei concerti drive-in, dove il musicista Mads Langer ha suonato su un vero palcoscenico di fronte a una folla di automobili. Seppur siano un blando aiuto, questi espedienti non permettono il sostentamento economico dei molti artisti di nicchia per i quali i concerti erano la maggiore, se non l’unica, fonte di guadagno. Gran parte degli introiti, infatti, deriva da donazioni dei fan o di chi assiste alle dirette fatte tramite appositi siti. Molti lavoratori del settore sono autonomi o intermittenti, motivo per cui difficilmente i loro mancati guadagni vengono coperti dai sussidi dello Stato o dalle associazioni.

Ma secondo gli addetti ai lavori il peggio deve ancora venire: i concerti vengono perpetuamente rimandati a data da destinarsi, ma anche quando tutto ciò sarà finito, quanto ci metterà l’industria a riassestarsi? La mancanza di eventi non penalizza solo artisti e agenti, ma tutte le figure professionali coinvolte: tecnici, autisti, addetti alla sicurezza, eccetera… Un settore in rotta di collisione con una crisi la cui eco rimbomberà ben oltre la fine della quarantena.

Una ricerca condotta dal conduttore radiofonico Carlo Pastore, su quasi 15.000 partecipanti, rivela che il 32% di essi non intende frequentare spettacoli prima del vaccino, e il 38% è restio all’idea di assistere a un concerto con mascherina e distanziamento sociale. Sempre secondo la ricerca, le livestream non rappresentano una valida alter nativa a lungo termine, dal momento che pochi sono disposti a pagare per un concerto virtuale.

Teatri e locali dovranno ridurre la loro capacità nel periodo immediatamente dopo le riaperture, cosa che non andrà sicuramente a giovare alle loro già precarie condizioni economiche. Molti di questi potrebbero decidere di continuare a collaborare con gli artisti, organizzando concerti virtuali sui loro siti e pagine social per fare un po’ di cassa e
pubblicità. I concerti in diretta streaming (o quelli drive un) sono una discreta soluzione temporanea che comunque non eguaglia l’esperienza dal vivo, dove l’effetto del palcoscenico e la connessione tra artista e pubblico non
sono virtuali.

È improbabile, e non auspicabile, che questi nuovi modi di fare musica saranno la prassi in futuro, in quanto non sono causati da un’invenzione geniale e innovativa, ma da un’emergenza sanitaria che tutti speriamo finisca al più presto.

Sanremo 2021: la vostra classifica!

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Eccoci qua, sappiamo che stavate fremendo, ma finalmente eccola: la vostra classifica di Sanremo 2021 è pronta per essere gustata! Alcune conferme e alcuni… ribaltoni!

Ecco a voi la classifica espressa in percentuale, seguita da un istogramma!

  1. Willie Peyote: 25%
  2. Coma_Cose: 14,29%
  3. Arisa: 10,71%
  4. Colapesce e DiMartino: 7,14%
  5. Orietta Berti: 7,14%
  6. Bugo: 7,14%
  7. Annalisa: 3,57%
  8. Fulminacci: 3,57%
  9. Ermal Meta: 3,57%
  10. Madame: 3,57%
  11. Francesco Renga: 3,57%
  12. Måneskin: 3,57%
  13. Lo Stato Sociale: 3,57%
  14. Gio Evan: 3,57%

E il vostro vincitore è… WILLIE PEYOTE!

“Musica Regina”

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Con l’assenza di tutto il contorno, finalmente al Festival di Sanremo, la musica tornerà ad essere la vera regina della manifestazione

Ogni anno, in occasione della kermesse festivaliera Sanremese, un qualche profeta più o meno anonimo prende la parola per poter profferire la consueta frase di rito: “Quest’anno la musica sarà al centro”. E puntualmente ogni anno questa frase viene smentita dalle consuete vicende di contorno (che però diventano il vero primo piatto) che spostano l’attenzione dalla musica al gossip. Basti vedere lo scorso anno la vicenda di Bugo e Morgan, ultimo vero momento di puro “italian trash” prima del dramma Covid-19. C’è da dire però che grazie a loro due ci si è divertiti parecchio.

Quest’anno, oltre a Morgan (fortunatamente), mancherà anche il contorno, dato che a Sanremo saranno presenti solo i veri protagonisti dell’evento, senza accompagnatori e sollazzatori vari, fra i quali anche le varie trasmissioni solitamente collegate con la conosciutissima cittadina ligure.

Il contorno festivaliero, ha origine ben lontane e nasce con quel gran paragnosta di Gianni Ravera che, a partire dal 1979, comprese il fatto che se il Festival fosse voluto sopravvivere a se stesso ed al suo nostalgico passato, avrebbe dovuto rinnovarsi per lo meno nel suo “paratesto”, quindi tutto ciò che circondava e abbelliva le canzoni ed i cantanti in gara. Col passare del tempo però, questo “paratesto” è diventato sempre più ingombrante, sino a prendere il posto dei veri protagonisti della gara. Ravera utilizzo tutti i mezzi a sua disposizione, anche alcuni trucchi al limite del lecito, per far resuscitare Sanremo e (lo ammetto) se il Festival mantiene oggi questa mastodontica grandezza, lo si deve per molto a lui (e a Vittorio Salvetti).

Quest’anno però, causa Covid, il tutto si riduce all’osso. E quest’osso renderà ancora più saporito un brodo quindi assai ristretto. Ci ha pensato già Fedez, pubblicando (dice per errore) un video che invece sarebbe dovuto rimanere ben chiuso nel cassetto.

Tutto è pronto, mancano solo sei giorni. Le polemiche sono già uscite e si sono già diffuse (come il Virus). Il Festival, quindi, è veramente pronto. E allora “Musica, Maestro!”

Foto di copertina: Festival di Sanremo 1980, serata finale di sabato 9 febbraio 1980. Leano Morelli si esibisce in Musica Regina

Spalle al muro

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Siamo sicuri che alla libertà di stampa che viene sempre più evocata, corrisponda una reale veridicità delle informazioni che leggiamo?

Mi duole molto vedere e leggere come anche l’informazione più settoriale e dedita alla cultura sia ormai concia e satura di inesattezze che sfuggono sì al lettore generalista, ma non a quello informato nel merito e ben dedito all’approfondimento. I quotidiani odierni pullulano ormai di editoriali e commenti fatti di opinioni personalistiche, le quali riportano informazioni inesatte, anche su temi di importante rilevanza come la politica interna e la scienza. La cultura non è da meno.

In Italia, purtroppo, vige una forma di assiduo rispetto verso le “persone anziane” basato su una mera valutazione anagrafica, il quale si è ormai da tempo tramutato in un vergognoso “servilismo” ed in una accondiscendenza che ha portato alla totale assenza di spirito critico e di dovuta correzione nei confronti di tali personaggi. Un chiaro esempio è stato l’editoriale di Corrado Augias pubblicato su “La Repubblica” lo scorso sabato 30 gennaio, nel quale il giornalista è chiaramente incappato in una brutta figura verso tutti i lettori del medesimo quotidiano. Tale spiacevole situazione sarebbe stata di certo schivata con una banalissima rilettura delle bozze, operazione non effettuabile su un pezzo firmato da Augias, in quanto egli è inserito nell’elenco degli “incensurabili”.

Fatta questa doverosa premessa arrivo al punto. Il pezzo “Quando Claudio Villa faceva piangere San Giovanni” a firma del saggista Goffredo Fofi pubblicato nella sezione Agorà di Avvenire del 12 febbraio scorso, contiene numerose inesattezze (una enorme, altre di minor gravità) che potevano essere ben eluse attraverso una ordinaria ricerca tramite web o contattando un competente in ambito musicale.

Le improprietà presenti nell’articolo sono le seguenti:

1) “[…] il più squisito di tutti il fiorentino Sergio Buti […]”: non esiste alcun Sergio Buti. Il celebre interprete dalla voce tenorile rispondeva al nome di Carlo Buti;

2) “[…] Villa si azzardò anche a tradurre i Beatles a suo modo […]”: Claudio Villa non ha mai tradotto i Beatles di suo pugno. Si è solo limitato ad interpretarli (Dischi: International Hits Vol. II – Music Forever, 1970 e Una Voce1974). Le liriche italiane del brano Yesterday furono vergate da Marcello Minerbi e Tullio Romano nel 1964, anno in cui i due menzioni erano parte del trio Los Marcellos Ferial (insieme al non menzionato Carlo Timò);

3) “[…] il suo ultimo trionfo popolare fu Granada […]”: gravemente inesatto. Con la versione italiana del brano, Claudio Villa vinse Scala Reale il 6 gennaio del 1967. Il 28 gennaio dello stesso anno (nemmeno un mese dopo, quindi) trionfò al Festivàl di Sanremo con il brano Non pensare a me, in coppia con Iva Zanicchi; 

4) L’epitaffio sulla tomba del cantante non è “Vita sei grande. Morte fai schifo”, ma “Vita sei bella. Morte fai schifo”;

Le suddette correzioni oggettive non sono frutto di un “maniaco fan di Claudio Villa”, ma di uno studioso della Storia della Canzone Italia, qualifica non propriamente attribuibile a Goffredo Fofi.

La libertà di esprimere la propria opinione in merito ai più svariati argomenti è ormai una caratteristica del mondo moderno e generalista in cui viviamo.

Non bisognerebbe però perdere la buona creanza ed abitudine di vagliare la veridicità delle proprie affermazioni.

(P.S. Questo articolo, tramite e-mail, è stato inviato alla redazione di Agorà del quotidiano Avvenire)

“Palcoscenico”

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Siamo sicuri che il Teatro sia culturalmente più rivelante della Canzonetta e di Sanremo. E ce lo deve dire Gabriele Lavia?

In una recente intervista a Il Messaggero, l’attore Gabriele Lavia ha descritto il Festival di Sanremo e la musica pop in generale come arti minori, quasi come la “musica leggera” dovesse chiedere scusa del fatto di essere inserita fra le arti umane, senza alcuna possibilità e senza alcun appello di poter essere paragonata al Teatro. Il grande Teatro. Siamo sicuro però che, il grande Teatro, smuova economicamente quanto smuove il mondo musicale? Dubito.

Come ribadito da più testate, la raccolta pubblicitaria della RAI per il Festival di Sanremo 2020 ha fruttato ben 37 milioni di euro, non una cifra da poco per cinque serate televisive. È indubbio che, con il passare del tempo, il Festival sia diventato un vero e proprio evento e show televisivo, perdendo quel candore e quella purezza che lo avevano contraddistinto sino all’edizione numero 29 del 1979. Rimane però l’unico concorso canoro ad essere sopravvissuto all’anno “tristo” 1975 (non mi dilungo molto, gli “addetti” sanno di cosa parlo) nonché l’unico evento musicale in Italia (o quasi) a destare l’interesse delle grandi case discografiche a livello promozionale e di vendite.

Eh sì, purtroppo. Anche se un brano diceva “ma che cos’è una canzone, è una storia che nasce da ogni emozione”, bisogna anche dire che dietro a quel brano c’è un cantante e c’è tutta una industria i quali hanno bisogno di dover “mettere insieme il pranzo con la cena” attraverso un guadagno, così come devono farlo anche gli attori teatrali. Peccato, per il Signor Lavia, che ciò che fa Fedez (uno a caso eh) attiri l’attenzione di popolo e paese. Quello che fa il Signor Lavia meno (molto molto meno).

Le canzonette, come le ha definite l’attore Lavia, generano attenzione e continuano ad esistere anche dopo la morte dei loro autori (basti pensare a Santa Lucia di Teodoro Cottrau per la musica ed Enrico Cossovich per le liriche, entrambi deceduti ben prima del 1900). La cultura espressione del proprio tempo, purtroppo, genera sempre sdegno e scalpore e non può essere paragonata a quella degli “avi”, in quanto purtroppo, in Italia, chi è venuto prima ha sempre fatto meglio, dovunque e comunque (infatti qualcuno ancora dice “quando c’era lui…). Per questo, la trap odierna (genere che comunque non amo) viene per la maggior parte disprezzata, essendo frutto dei nostri tempi. “Cosa direbbe Rossini? Il Pergolesi inorridirebbe! Cosa farebbe il povero Caccini?”. Un cazzo, ecco cosa farebbe. Un benemerito cazzo.

Per quanta cultura si possa veicolare, per quante masse si possano smuovere, la verità è quella che cantava Herbert Pagani: quello del Palcoscenico è un “mestiere da puttane”.

(Foto di copertina: Teatro Manzoni di Milano)

L’ultima casa accogliente – Guida al Circo Zen

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Ho conosciuto The Zen Circus per caso. Poco prima dell’uscita dell’album “La Terza Guerra Mondiale”, in un momento in cui ero spettatore, ma non tifoso, del panorama musicale italiano.

Gli Zen sono un gruppo strano, un rock contaminato che si discosta dalla scena italiana. Un gruppo che difficilmente delude le aspettative, attenti osservatori del mondo, della politica, della vita. Ahhh, i cantanti impegnati.

Sono stato, purtroppo, solo due volte ai loro concerti. Di entrambi ricordo la follia di quelle ore, il cibo spazzatura, le attese infinite e poi Appino, il cantante, che tuonava: “Ai concerti degli Zen c’è una sola regola, più voi fate casino, più noi facciamo casino”.

Del secondo ho un particolare ricordo, una scena, del viaggio di ritorno: l’amico (era venuto principalmente per Willie Peyote che si esibiva prima) che mi accompagnava mi fa: “Devastanti dal vivo”. Ciao Cristian.

Il 13 novembre 2020 è uscito l’album “L’ultima casa accogliente”. L’ennesima conferma. Un altro cazzutissimo lavoro.

Pareri non richiesti Nessuna recensione canzone per canzone. A me, me piace.

Il disco è composto da 9 canzoni, che risulteranno troppo poche. A differenza di quanto può suggerire il titolo, gli Zen non fanno nessun vero accenno alla permanenza forzata nelle proprie abitazioni, alla pandemia.

L’album segue il filo del penultimo lavoro “Il fuoco in una stanza”, si discosta dalla linea più cattiva di “La Terza Guerra Mondiale”. Un album di di sofferenze, di malattia, quasi blasfemo per i più bigotti, di contraddizioni.

Chiediamo verità per tutti gli uomini
Ma i primi siamo noi a dirci bugie orribili
” (da Catrame)

Come spesso accade si sono dimostrati maghi dello storytelling. In “2050“, una ragazza che ripensa alla storia dell’uomo in un futuro post apocalisse, dopo la “creazione” degli Stati Uniti del Mondo. Appino immagina di incontrare la madre ventenne, di offrirle da bere, così nasce “Ciao sono io”.

Un prorompente esempio, uno dei miei preferiti, il pezzo “Bestia Rara“: protagonista una ragazza che decide di abortire; la reazione sono il pianto della madre e le chiacchiere di paese. Provate a non urlare quando

Sei una bestia rara ma non lo sai
Una puttana come dite voi
Tua madre piange e ancora piangerà
Ma non preoccuparti, abbracciala

Tematica più attuale che mai, a 40 anni dall’acquisizione del diritto di abortire, anche in Italia, c’è ancora chi fa di tutto per impedirne l’applicazione, qualcuno che pensa di essere il missionario che negherà la scelta alla donna. I pezzi più rappresentativi e più poetici sono “Non” e “L’ultima casa accogliente“, che dà il nome all’album. Sulla Panchina suggerisce e approva.

“Sono solo canzonette”

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In Italia, anche se si parla di canzoni, bisogna sempre e comunque farlo con ignoranza e superficialità, sebbene a farlo siano gli stessi cantanti

Nella foto di copertina: i Ricchi & Poveri a Canzonissima 1973

Attualmente, ed il motivo è facilmente immaginabile, mi trovo a lavorare da casa. E, da un po’ di tempo a questa parte, non mi sta dispiacendo a fatto. Riesco infatti ad organizzare al meglio possibile la mia giornata, riuscendo anche a godermi la fantastica programmazione che la RAI mi offre all’interno del palinsesto mattutino. Dopo Uno Mattina, che rimane veramente un signor programma anche grazie alla conduzione di Marco Frittella e Monica Giandotti, segue alle ore 9:55 una trasmissione che sarebbe televisivamente da analizzare secondo per secondo: Storie Italiane. A condurla, una delle storiche Del Noce’s Angels: Eleonora Daniele. Sono sicuro, anzi arcisicuro, che fra qualche anno questo programma tv sarà di certo protagonista di qualche saggio o di qualche lavoro analitico di livello universitario. All’interno di questa trasmissione si dipanano le più variegate storie italiane, per l’appunto, con una variazione di tonalità emotive da mettere quasi spavento: si può passare dalla tragedia dei due fidanzati di Lecce ad Orietta Berti che parla di se stessa all’interno della medesima puntata. Di un funambolismo incredibile.

Orbene, lo scorso venerdì 9 ottobre, nella parte finale della trasmissione, è andato in onda una specie di dibattito fra Paolo Mengoli ed Elenoire Casalegno, con altri ospiti di contorno come Rosanna Fratello e Wilma Goich, sull’impatto che possono avere i testi delle canzoni ascoltate dai giovani di oggi e sul loro valore artistico. Non so quanto la Casalegno possa essere ferrata in merito, ma conosco certamente meglio Paolo Mengoli (avendo anche un suo L.P.) e, con due Sanremo all’attivo, di canzoni certamente qualcosa lui ne sa, ma per quello che pare a lui, in quanto non ha ben realizzato che il mondo non si è fermato al 1975. Se la Caselegno sosteneva infatti che anche brani come quelli cantati dai trapper e da artisti come Achille Lauro hanno una loro dignità artistica, Mengoli diceva al contrario che sarebbero ancora da preferire le canzoni in cui “cuore fa rima con amore“, suscitando l’ilarità della Casalegno e anche la mia. La cosa che in tutto ciò mi ha dato fastidio, è che un artista come Mengoli dovrebbe rimembrare la propria storia personale con obiettività e ricordarsi anche quello che in passato si è cantato. Per puro esempio, prendiamo il brano con cui il nostro vinse il girone giovani del Cantagiro 1970: Mi piaci da morire. Esaminiamo una parte del ritornello, il cui testo è di Bruno Broglia e Giuseppe Perotti:

Mi piaci da morire/ resta sempre come sei/ per tutto l’oro al mondo/ sai che non ti cambierei

La profondità di queste parole mi uccide. Ho citato questo brano per dire cosa. Brevemente, nemmeno chi fa parte del mondo della canzone riesce con obiettività ad effettuare una lucida analisi di ciò che lo circonda. Mengoli ed altri (e non solo persone di mezza età) non comprendono quanto il linguaggio sia cambiato in 50 e più anni. Chi scrive, fra l’altro, è un vero e proprio innamorato della melodia italiana e che, sempre fra l’altro, festeggiò per la vittoria de Il Volo a Sanremo 2015. Però c’è anche obiettività da parte mia. Come si può pensare che un ragazzo nato fra il 2000 ed il 2006 possa apprezzare un brano in cui “cuore fa rima con amore” nel 2020? Ci saranno pure, ma rimangono sempre e comunque delle mosche bianche. La non obiettività di Mengoli figura poi nel non ricordare come sia nata e come si sia svolta la sua carriera di cantante. Alfredo Rossi, patron della Ariston, la casa discografica madre della Jet per la quale incideva Mengoli, aveva visto in lui (bolognese) un ottimo secondo Gianni Morandi (l’allora Golden Boy della canzone italiana), e difatti, se si va a vedere qualche esibizione televisiva dell’epoca, si possono notare alcune somiglianze fra i due nell’interpretazione e nella prossemica. L’operazione ebbe un riscontro minimo e la carriera di Mengoli non decollò mai definitivamente e il cantante rimane oggi ancor più ricordato per essere stato uno dei fondatori della Nazionale Italiana Cantanti nel 1975 che per le canzoni da lui interpretate. La domanda che animava il pubblico di allora sarà infatti stata sicuramente questa: ma se io ho un Gianni Morandi originale della RCA Italiana, perché devo acquistare i dischi (allo stesso prezzo fra l’altro) di un doppione di una sottomarca della Ariston?

In conclusione, io non ce l’ho con Paolo Mengoli, anzi. Apprezzo molto alcuni suoi brani come I ragazzi come noi , Ahi, che male che mi fai! e Perché l’hai fatto, dato che sono nel puro stile della melodia italiana da me amato. Ciò che non apprezzo per nulla è il non capire quando qualcosa storicamente sia finito, ovvero un certo momento della discografia italiana, e non potrà mai più ritornare; ma ancor più il fatto che nessuno capisca che il testo di una canzone non potrà mai influenzare negativamente qualcuno. All’ultimo anno di laurea triennale, il grande prof. Giorgio Simonelli ci spiegò che in ogni età ed in ogni epoca il “nuovo medium” era sempre visto con paura. Ci sono passati tutti: i dischi, la radio, la Tv, il web… Ora ci stanno passando i trapper. Io mi domando: un brano come Me ne frego, come può mai influenzare negativamente qualcuno o fargli compiere qualcosa di sbagliato?

Si cantava che “una canzone è una storia che nasce da ogni emozione“, ma non dimentichiamoci anche che sono (sempre e comunque) solo canzonette. Non tutte pero, eh.